Primo piano

Giornalopoli

In vista delle vacanze natalizie, ecco un bel gioco di società. Si chiama Giornalòpoli ed è una specie di Monòpoli, ma con una fondamentale differenza: il vincitore è noto prima ancora di cominciare a giocare. Vincono sempre i partiti e perde sempre il M5S. Funziona così: si spara ogni giorno su tutti i 5Stelle e chiunque si trovi nei paraggi, così prima o poi qualcuno lo si azzecca (“Visto? L’avevamo detto”); i partiti invece hanno sempre ragione, a prescindere. Se sono di destra, ogni scandalo è dato per scontato e non fa notizia: immunità da assuefazione. Se si tratta del Pd, ogni scandalo resta in prima pagina un paio di giorni, poi viene superato da un altro, che però è sempre un’eccezione: suvvia, il più grande partito della sinistra europea ha migliaia di amministratori, qualche mela marcia può sempre sfuggire. Meglio sorvolare, sennò poi arrivano i populisti.
Righello e bilancia. Nel kit di Giornalopoli, c’è un righello per misurare i centimetri quadrati (pochi) dedicati agli scandali dei partiti e quelli (molti) riservati agli scandali dei 5Stelle. E c’è una bilancia, per pesare e misurare le diverse gradazioni di sdegno. Se alcuni idioti pentastellati di Palermo ricopiano 2 mila firme autentiche per sanare l’errore di una firma anch’essa autentica, ma con la residenza sbagliata, la cosa è infinitamente più grave del comizio del governatore Pd Vincenzo De Luca che arringa 300 sindaci Pd per istigarli a comprare col voto di scambio decine di migliaia di Sì al referendum in cambio del “fiume di soldi” garantito da Renzi, e viene per questo indagato. Tra i due scandali non c’è paragone, è vero, ma i 5Stelle predicano “onestà”, mentre gli altri – meritoriamente – no. Vietato domandarsi perché mai il Pd non predica l’onestà. Quindi i 5Stelle facciano come gli altri: la smettano di nominare l’onestà e nessuno gli rinfaccerà nulla. Non si parla di corda in casa dell’impiccato.
Aggiornamenti. Come il Trivial Pursuit, Giornalopoli è soggetto a continui aggiornamenti, per tener dietro all’attualità. I prossimi saranno dedicati ai casi dei sindaci di Roma e Milano, Virginia Raggi (M5S) e Giuseppe Sala (Pd). La Raggi non è indagata, ma s’è fidata – sottovalutando i segnali che le venivano da inchieste giornalistiche e voci di corridoio – di un dirigente comunale che, come tutti i suoi colleghi, lavorava in Comune anche sotto le giunte precedenti. Si chiama Raffaele Marra ed è stato arrestato perché, tre anni prima di lavorare con la Raggi, si fece regalare un appartamento da un costruttore, pur senza mai firmare un solo atto che lo riguardasse o lo favorisse (ora poi dirigeva il Personale).
Sala invece è indagato in tre diverse indagini: una per falsa dichiarazione (“dimenticò” di avere una villa in Engadina), una per truffa (lo scandalo delle monete di Expo), una per falso materiale e falso ideologico nel principale appalto dell’Expo, di cui era ad e commissario (la gara per la Piastra, truccata – secondo i pm – nel 2012 per far vincere la Mantovani). Ora, per la non indagata Raggi, fioccano le richieste di dimissioni, mentre l’indagato Sala (che s’inventa un’“autosospensione” legalmente nulla, in polemica con i pm) viene implorato di rimanere al suo posto da Gentiloni, da Renzi e da ben 140 sindaci. Così ieri ha allegramente autosospeso l’autosospensione.
Il miglior titolo. Una delle prove da superare in Giornalopoli è il gioco del titolo. Qualche consiglio per non sbagliare. L’assessora della giunta Raggi, Paola Muraro, scopre di essere indagata perché lei stessa, su richiesta della sindaca, interpella la Procura: quando fu nominata assessore non aveva indagini, subito dopo invece le dicono che ne ha una, per presunte violazioni ambientali commesse prima di diventare assessora. Il titolo giusto, da ripetere per mesi, è “Caso Muraro, caos Raggi”. Intanto Muraro e Raggi dicono che, appena arriverà l’avviso di garanzia col dettaglio delle accuse, sarà seguito dalle dimissioni dell’assessora. Il che puntualmente avviene l’altro giorno (caso più unico che raro). Il titolo esatto è quasi la fotocopia del precedente: “Dimissioni Muraro, caos Raggi”. E su De Luca plurimputato e indagato, confermatissimo anzi abbracciato da Renzi e difeso da Lotti? “Caos De Luca”? No, zero tituli. E su Sala plurindagato che resta al suo posto? “Caos Sala”? No, zero tituli.
Quiz n. 1. Ma, si dice, la Raggi deve andarsene perché non sa scegliersi i collaboratori: infatti la Muraro è finita indagata e Marra addirittura in carcere. A questo proposito, Giornalopoli ha una sezione “quiz”. Indovina indovinello: chi è quel sindaco che si è scelto come braccio destro per quattro anni Giancarlo Quagliotti, ex dirigente del Pci prima arrestato e assolto in un paio di scandali negli anni 80 e poi condannato insieme a Primo Greganti per una tangente della Fiat? Piero Fassino del Pd, a Torino. Ma con la Raggi non c’è paragone: quando ha scelto Muraro e Marra, i due erano non solo incensurati, ma anche senza indagini a carico. Quagliotti invece, quando fu promosso da Fassino, era già un pregiudicato per tangenti. Ecco il segreto: aderire al partito giusto e soprattutto circondarsi di collaboratori già condannati, pregandoli di presentarsi già mangiati. Così si evitano sorprese e nessuno dice niente. Se Marra avesse già avuto una condanna per corruzione prima di lavorare per la Raggi, anziché farsi arrestare dopo, nulla quaestio. Invece non si portò avanti col lavoro. Ergo, via la Raggi.
Quiz n. 2. Chi è quel grande manager poco fisionomista che non s’è accorto che gli appalti di Expo erano truccati da tre noti protagonisti di Tangentopoli, cioè Gianstefano Frigerio, Primo Greganti e Luigi Grillo? Quel grande manager poco perspicace di Expo che s’è visto arrestare tutti i suoi più fidati collaboratori (Angelo Paris, general manager constructions e responsabile acquisti: arrestato; Antonio Acerbo, subcommissario Expo delegato alle infrastrutture e responsabile del Padiglione Italia e delle vie d’acqua, finito ai domiciliari come Andrea Castellotti, facility manager di Palazzo Italia; invece Pietro Galli, direttore generale vendite, marketing e gestione, aveva già una condanna definitiva per bancarotta quando fu nominato)? Beppe Sala, naturalmente. Lui, a differenza della Raggi, per le nomine ha un fiuto da rabdomante.
Quiz n. 3. Ieri Marra e Scarpellini si son difesi dicendo che i soldi versati dal primo al secondo per comprare la casa erano solo un prestito finora non restituito. Ma, anche se fosse (ed è improbabile che lo sia), si sa che Marra è un pubblico ufficiale: e mai i pubblici ufficiali devono accettare soldi o regali da privati. Indovina indovinello: chi è quel sindaco che per tre anni, dal 2011 al 2014, trasferì la sua residenza dalla sua casa di Pontassieve a un appartamento al quinto piano di via degli Alfani 8, a Firenze, a due passi da Palazzo Vecchio, dove però l’affitto non lo pagava lui, ma l’amico finanziere Marco Carrai, che intanto veniva nominato dal medesimo sindaco prima a capo della municipalizzata Firenze Parcheggi e poi di Aeroporti Firenze? Matteo Renzi. Qualche arresto, qualche processo per corruzione? No, tutto archiviato. Questa parte del gioco si chiama “L’importanza di chiamarsi Matteo”.
Banconote vere. L’ultima fase di Giornalopoli, molto simile al Monopoli, si gioca con le banconote. Ma non fac-simile: soldi veri. Tipo quelli versati da Expo, sotto forma di pagine pubblicitarie, alle testate che in questi giorni ci danno lezioni di libertà e indipendenza: 5 milioni alla Rai, 990 mila euro a Rcs, 900 mila a Repubblica, 850 mila a Mondadori e così via. Sono gli stessi gruppi editoriali che hanno gabellato per un epocale trionfo il superflop di Expo 2015 e il protagonista del disastro, Beppe Sala, per un grande manager alfiere della legalità e della trasparenza. Quella fessacchiotta della Raggi poteva fare altrettanto con Roma 2024, invece ha detto no. Peggio per lei. La libera stampa ha perso i soldi e lei ha perso il gioco.
Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 21 dicembre 2016

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